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Svizzera al voto sulle esportazioni di armi

Il 21 settembre 2007 sono state depositate a Berna oltre 109'000 firme valide a sostegno dell'iniziativa popolare federale per il divieto di esportare materiale bellico. Ciò significa che tra circa due anni gli elettori e le elettrici svizzeri saranno chiamati a pronunciarsi mediante una votazione sulla richiesta di iscrivere nella cosituzione federale un articolo che proibisce l'esportazione di materiale bellico dalla Svizzera. L'iniziativa era stata lanciata nel mese di giugno del 2006 dal «Gruppo per una Svizzera senza esercito» (GSsE) sostenuto da una coalizione composta da organizzazioni pacifiste, terzomondiste, di ispirazione cristiana e dai partiti di sinistra e verdi.

Armi svizzere per la guerra globale e permanente
Dal 2003 al 2005, le armi esportate dalla Svizzera rappresentavano circa l'1% del totale mondiale delle esportazioni di armi (Nel peiodo 2003-2005 la Svizzera ha esportato armi per un valore di 0,9 miliardi di dollari. Nello stesso periodo il totale delle esportazioni di armi nel mondo ammontava a 89,1 miliardi di dollari US (prezzi costanti, 2005), dati tratti da "Conventional Arms Transfers to Developing Nations 1988-2005", Congressional Research Service, Table 8c,Washington, 23 oct. 2006.). In Svizzera la produzione di armamenti è suddivisa in un settore di proprietà della Confederazione (la RUAG), e in uno privato, in parte appartenente a capitale estero (Oerlikon-Contraves/Rheinmetall, Mowag/General Dynamics, Pilatus, ...). La RUAG è il primo fabbricante europeo di munizioni per armi di piccolo calibro. I gas con i quali l'aviazione di Saddam Hussein uccise migliaia di civili nel Kurdistan iracheno nel 1988 furono sganciati da aerei Pilatus di fabbricazione svizzera, gli stessi che usò l'esercito messicano per bombardare i villaggi ribelli del Chiapas nel 1994. Attualmente si vendono molto bene anche i blindati su ruote Mowag-Piranha (acquirenti: Belgio, Danimarca, Romania, Botswana, ...). Il dato forse più significativo di questi ultimi anni sta nel fatto che oltre i 3/4 delle armi esportate dalla Svizzera vanno a eserciti di paesi impegnati in Irak e Afghanistan nella cosiddetta guerra globale contro il terrorismo.
A questo riguardo va menzionata la disinvoltura con la quale la Svizzera, che oltre ad aver fatto della neutralità una specie di marchio di Stato è anche lo Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra e sede della Comitato Internazionale della Croce Rossa, ha gestito la questione delle esportazioni di armi ai paesi che hanno aggredito l'Irak. Sull'onda della forte opposizione alla guerra tra la popolazione svizzera, il governo elvetico aveva denunciato la guerra d'aggressione contro l'Irak come violazione del diritto internazionale e, il 20 marzo 2003, aveva sospeso tutte le forniture di armi ai paesi implicati in quella guerra. Ma già meno di un mese dopo, il 15 aprile, cedendo alle pressioni statunitensi e della lobby militaro-industriale svizzera, il governo fece dietro-front, dichiarando che la guerra era oramai terminata e che perciò le forniture di armi e componenti, in particolare verso gli Stati Uniti, potevano riprendere nel pieno rispetto della legalità svizzera.
Una rivendicazione storica del movimento pacifista
L'attuale iniziativa per il divieto di esportare armi dalla Svizzera ha due precedenti. La prima iniziativa, lanciata sull'onda dello scandalo delle esportazioni di armi svizzere nei paesi del Terzo mondo, e in particolare nel conflitto del Biafra, fu votata nel 1969 e venne respinta da appena il 51% dei votanti. La seconda, lanciata nel contesto dei «dividendi della pace» dopo la fine della guerra fredda all'inizio degli anni novanta, fu messa in votazione nel 1997 in un periodo particolarmente sfavorevole. L'assedio di Sarajevo era appena stato tolto grazie ai bombardamenti NATO, e la Svizzera subiva una crisi occupazionale senza precedenti dovuta alle profonde ristrutturazioni industriali degli anni novanta. In questo clima ebbe buon gioco la campagna del centro-destra, basata sulla minaccia della perdita di altri 200'000 posti di lavoro e l'iniziativa fu seccamnte sconfitta con oltre il 75% di voti negativi.
Cosa chiede l'iniziativa attuale?
Il divieto di esportare materiale da guerra e beni militari speciali è al centro dell'iniziativa. La nozione di «materiale da guerra» è definita in modo abbastanza rigido nella legislazione svizzera. La «lista delle munizioni», nell'ambito dell' «Accordo del controllo del disarmo di Wassenaar», si spinge oltre: ingloba tutti i beni che sono stati progettati o adattati per un uso militare e che sotto la stessa forma non possono servire a fini civili. Per adattare questo «Accordo di Wassenaar» al diritto svizzero, nel 1996 è stato introdotto nella legge sul controllo dei beni il concetto di «beni speciali militari». È dunque considerato come bene militare speciale tutto ciò che figura nella «lista delle munizioni», anche ciò che oggi in Svizzera non rientra nella legge sul materiale da guerra. A questa categoria appartengono per esempio le macchine che servono a fabbricare materiale da guerra, i simulatori militari o ancora i cosiddetti «aerei da addestramento», come quelli fabbricati dalla Pilatus.
A differenza da quanto chiedeva l'iniziativa votata nel 1997 che includeva nel divieto anche i beni che possono essere utilizzati sia militamente che civilmente (Dual use), l'iniziativa attuale vieta in modo preciso l'esportazione dei beni la cui destinazione è unicamente militare e che non possono servire fini civili. Sono pure inclusi nel divieto i "beni immateriali, comprese le tecnologie, di importanza fondamentale per lo sviluppo, la produzione o l'utilizzazione di materiale da guerra e beni militari speciali" (salvo che siano accessibili al pubblico o servano alla ricerca scientifica fondamentale).
Oggi, in un contesto di rifiuto della logica della «guerra globale e permanente» e con un testo d'iniziativa che non include più i «beni a doppio uso», le possibilità di fare un buon risultato sono probabilmente migliori di 10 anni fa. Al di là dell'adozione o meno dell'articolo costituzionale proposto, una parte notevole dell'interesse politico per una campagna di sostegno all'iniziativa popolare sta nel dibattito pubblico che suscita, dalla fase di raccolta delle firme fino alla campagna di votazione vera e propria.
Tobia Schnebli, membro del Gruppo per una Svizzera senza esercito

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