Secondo lo studio commissionato dalla Confederazione per il messaggio del Consiglio federale sull’iniziativa per il divieto di esportare materiale bellico, le industrie esportatrici di armi impiegano 3 335 persone in questo ramo, alle quali bisogna aggiungere 1 797 posti di lavoro presso le ditte fornitrici. Nel 2008, le esportazioni di armi rappresentavano solamente lo 0,1% del prodotto interno lordo svizzero. E’ utile avere un’idea di questi ordini di grandezza non tanto per ridurre la portata dei posti di lavoro che sarebbero toccati, ma piuttosto per mostrare che la riconversione civile di questi posti di lavoro è senz’altro possibile. L’iniziativa esige che le regioni e gli impieghi interessati possano beneficiare del sostegno della Confederazione durante 10 anni per la riconversione verso la produzione di beni e servizi civili.
Il caso della Ruag, di proprietà della Confederazione e la più grande tra le industrie dell’armamento in Svizzera, prova ch la riconversione è possibile poichè in 8 anni, dal 1999 al 2007, è riuscita a aumentare la parte dei prodotti civili che sono passati dal 7% al 51% del totale della sua produzione.
Quattro industrie dominano questo settore in Svizzera: Rheinmetall Air Defence (l’ex Oerlikon Contraves è stata venduta a questo grande gruppo tedesco), la Mowag (che appartiene all’americana General Dynamics), la Ruag e il fabbricant di aerei Pilatus. Queste ditte esportano circa i tre quarti delle armi esportate dalla Svizzera. Per questo motivo, le regioni interessate dal divieto di esportare materiale bellico sono relativamente poche. (v. grafico)

Parte dei posti di lavoro interessati sul totale degli impieghi esistenti in ogni cantone.
Fonte : Ufficio federale di statistica, BAK Basel economics.