Legge sull'esportazione d'armi
Il 27 agosto, il Consiglio federale ha presentato il messaggio relativo all'iniziativa popolare «Per il divieto di esportare materiale bellico». Il governo invita a respingere l'iniziativa. Ha proposto un controprogetto, ma col messaggio sull'iniziativa ha presentato anche una modifica dell'ordinanza sul materiale bellico. Questa modifica non avrà tuttavia nessun effetto. Le esportazioni di materiale bellico verso paesi in guerra o che violano i diritti umani continueranno ad essere autorizzate. Tobia Schnebli
Con le modifiche dell'ordinanza, il Consiglio federale dice di aver voluto « precisare » i casi in cui l'esportazione di armi non sarebbe autorizzata : se il paese destinatario è implicato in un conflitto armato interno o o internazionale, se viola in modo sistematico e grave i diritti umani, se esiste un forte rischio che le armi verrebbero impiegate conrto la popolazione civile e se il paese figura sulla lista dei paesi più poveri che beneficiano dell'aiuto allo sviluppo della Confederazione. Ma il margine d'interpretazione di questi criteri rimane molto grande. Stando all'avviso di Marco Sassoli, professore all'Accademia di diritto internazionale umanitario di Ginevra, « nessun organo internazionale ufficiale determina a quali paesi si applicherebbero questi criteri, salvo forse per i paesi più poveri che figurano sulla lista stilata dall'OCSE. Per il resto si tratta di una questione d'interpretazione svizzera del diritto internazionale. E se c'è una divergenza di opinioni tra il Dipartimento degli affari esteri e quello dell'economia, sarà il Consiglio federale a decidere. » (La Liberté / Le Courrier 28.08.08). D'altronde la consigliera federale Doris Leuthard l'ha addirittura sottolineato in conferenza stampa : «Abbiamo effettuato un esame per sapere se applicando in modo retroattivo i nuovi criteri una o l'altra autorizzazione non sarebbe stata accordata e la risposta è no, non ci sarebbero stati cmbiamenti nelle autorizzazioni accordate». Le decisioni di autorizzare le esportazioni di armi controverse di questi ultimi anni verso paesi come il Pakistan, l'India, gli Emirati Arabi Uniti, l'Arabia Saudita, la Corea, ecc. sarebbero quindi state autorizzate anche con i nuovi criteri. Alle domande dei giornalisti che chiedevano se i nuovi criteri avrebero impedito esportazioni d'armi verso gli Stati Uniti o le esportazioni di aerei Pilatus, la Leuthard ha risposto disinvoltamente che Gli Stati Uniti non sono un paese in guerra e che i Pilatus non rientrano nella categoria del materiale bellico. ( La conferenza stampa è scaricabile all'indirizzo) Un pò incredulirimesse in questione. La Svizzera continuerà quindi a esportare materiale di guerra verso paesi implicati in guerre, conflitti latenti o che violano i diritti umani.
Il Consiglio federale rifiuta l'iniziativa « per il divieto di esportare materiale bellico » perchè teme che un indebolimento delle industrie svizzere dell'armamento comporterebbe conseguenze fatali per la capacità d'autodifesa della Svizzera in caso di guerra. Questa argomentazione non corrisponde alla realtà per più motivi. Già oggi la maggior parte dell'armamento acquistato dall'esercito proviene dall'estero. Nel caso più che improbabile di una guerra in Europa, l'industria bellica svizzera non sarebbe comunque in grado di garantire l'autarchia nel rifornimento di armi per l'esercito.
La perdita di posti di lavoro nel settore dell'industria dell'armamento è l'altro argomento su cui insiste il Consiglio federale per combattere l'iniziativa. Uno studio commissionato dal Consiglio federale citato nel messaggio situa a circa 5000 il numero di questi impieghi. La cifra andrebbe verificata da uno studio indipendente e comunque non tiene conto della possibilità per le imprese di convertire la produzione di armi in prodotti civili. Per esempio la RUAG, la principale industria di armi svizzera annuncia fieramente di essere riuscita, tra il 1999 e il 2007, a aumentare in modo ragguardevole (dal 7% al 51% del totale) la parte della produzione civile rispetto a quella militare. Attualmente conosce una fortissima crescita la produzione di sistemi fotovoltaici da parte della Oerlikon Solar, una divisione civile di uno dei fabbricanti d'armi più tristemente noti in Svizzera. Ma i dirigenti si lamentano della diminuzione del sostegno pubblico alla ricerca in questo settore. ( Vedi 'Oerlicon Solar, pépite des alpes' in L'hebdo, 21-08-08.)
Solo una proibizione completa di esportare materiale bellico potrà mettere un termine al sostegno della Svizzera alle guerre nel mondo e rendere più credibili e coerenti gli sforzi della Svizzera per un mondo che rispetti i diritti umani.