Tra il 2003 e il 2005 la Svizzera ha esportato materiale da guerra per 1,04 miliardi di franchi (cifra ufficiale), di cui il 78% verso paesi che partecipano alla «guerra al terrorismo» guidata dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan.
Diventa sempre più evidente che il nuovo militarismo e l'occupazione, che prosegue malgrado la popolazione vi sia contraria, non limitano il terrorismo ma, al contrario, lo favoriscono. La lotta contro il terrorismo continua ad essere innanzitutto un pretesto che gli Stati Uniti e la loro coalizione usano per garantirsi l'espansione economica. In questo contesto anche il controllo sulle materie prime e la gestione dei budgets degli Stati occupati sono fattori importanti: infatti alcuni consorzi statunitensi vicini al potere si sono visti destinare progetti miliardari per la ricostruzione dell'Iraq; finisce quindi che la fattura viene pagata dagli Iracheni che sono già sommersi dal costo della guerra e che subiscono le manovre volte a saccheggiare le risorse del loro territorio.

In un primo tempo il Consiglio federale aveva denunciato la guerra aggressiva contro l'Iraq perché contraria al diritto internazionale. Vista la forte pressione della popolazione, tutte le esportazioni di armi destinate agli Stati in guerra erano state vietate il 20 marzo 2003. Ma solo 27 giorni dopo la Confederazione faceva marcia indietro e, obbedendo ciecamente agli Stati Uniti, dichiarava che la guerra era finita! Siamo in giugno 2006 e la guerra del petrolio è ancora di attualità.
All'indomani dell'inizio della guerra, quando ancora il divieto di esportazione voluto dal governo era in vigore, la Ruag (che è di proprietà della Confederazione) forniva agli Stati Uniti pezzi di ricambio di precisione per gli aerei da combattimento F/A-18.
Il caso dell'Iraq è sintomatico della politica svizzera nell'esportazione di armi: «nel dubbio è meglio far finta di non vedere», questo è lo slogan, mentre lo scopo è quello di mantenere buone relazioni economiche con gli Stati Uniti e sicuramente non quello di sapere se indirettamente non contribuiamo a massacri di civili!
Il Consiglio federale continua ad autorizzare le esportazioni di materiale da guerra verso le regioni che sono confrontate con problemi di sviluppo: infatti tra il 2003 e il 2005 sono state esportate armi per un valore superiore a 93 milioni di franchi verso il Botswana, paese dove la speranza di vita è inferiore a 35 anni a causa dell'epidemia di AIDS. La popolazione del Botswana ha bisogno di un aiuto medico e non di materiale da guerra in arrivo dalla Svizzera!
Con un'interpretazione inammissibile del termine «neutralità», il Consiglio federale ritiene spesso che le due parti belligeranti debbano essere rifornite di armi in ugual misura. Altre regioni in crisi da tempo, quali la «polveriera del Vicino Oriente» ricevono regolarmente del materiale da guerra svizzero (v. cartina). Infine, nella primavera del 2006, è stata autorizzata l'esportazione di armi da fuoco verso l'Egitto, malgrado il fatto che il regime di Hosni Mubarak reprima in modo sempre più brutale l'opposizione democratica. Si può quindi concludere abbastanza chiaramente che per il Consiglio federale gli interessi della lobby delle armi sono più importanti dei diritti umani e della democrazia.
(dati corretti secondo l'inflazione, senza forniture illegali, tra le altre in Iraq)
