«Se sarà vietata l'esportazione di materiale da guerra, le ditte svizzere produttrici di armi chiuderanno e migliaia di persone saranno disoccupate.»
Innanzitutto bisogna ricordare che le esportazioni non sono che una modesta parte rispetto alla domanda di materiale da guerra e agli acquisti dell'esercito svizzero. In Svizzera circa 1000 posti di lavoro dipendono direttamente dall'esportazione di materiale da guerra (calcolo fatto secondo i dati del Segretariato di Stato per l'economia in base alle esportazioni di materiale da guerra del 2005 e secondo Swissmem per gli impieghi nel settore). Per i «beni militari speciali» questo calcolo non è stato possibile in quanto sciaguratamente non esiste alcuna statistica che concerna la loro esportazione.

I posti di lavoro toccati non devono essere semplicemente considerati come persi, perché la riconversione (trasformazione delle ditte produttrici di materiale bellico verso una produzione civile) deve essere incoraggiata. Già sin d'ora quasi tutte le ditte produttrici di armi hanno parte della loro produzione anche nel settore civile. Se i dirigenti dell'industria delle armi, profumatamente pagati, sanno adattarsi ai cambiamenti del clima sociale e politico per fare gli investimenti appropriati, la fine dei contratti per l'esportazione del materiale da guerra può essere compensata con contratti civili supplementari salvaguardando così i posti di lavoro. Durante la seconda guerra mondiale le ditte svizzere di prodotti civili sono ben riuscite a convertirsi alla fabbricazione di armi!
La Confederazione deve incoraggiare la riconversione. Alla Ruag ha un'influenza diretta sulle decisioni strategiche perché ne è l'unica proprietaria. Inoltre l'iniziativa chiede che le regioni e gli impieghi che dipendono dalla produzione di armi beneficino di misure di accompagnamento. Negli altri settori normalmente i licenziamenti e la disoccupazione non preoccupano le nostre autorità, mentre andare a toccare il commercio della morte provoca un gran dibattito.
I posti di lavoro nell'industria della guerra non hanno nessun avvenire. Prima si comincerà ad avviare la riconversione e meno danni questa provocherà.
«Se l'esportazione del materiale da guerra sarà vietata, la Svizzera perderà la sua industria di armamenti e di conseguenza la sua autonomia nella gestione della difesa.»
La scelta della provenienza del materiale impiegato dall'esercito svizzero dipende da decisioni politiche. Anche con il divieto di esportazione, una parte delle armi può ancora essere prodotta nel nostro paese: i prezzi saranno al limite un po' più alti vista la produzione in piccole serie. Del resto l'autonomia della difesa non è più che un mito da tempo: il 69% delle spese per i materiali da guerra nel 2005 sono andate all'estero e l'industria degli armamenti nazionale non avrebbe comunque la capacità di fornire tutto l'equipaggiamento necessario per l'esercito svizzero, senza l'ausilio delle importazioni.

«Le esportazioni di armi sono uno strumento importante della politica di sicurezza e un divieto totale lo eliminerebbe.»
Le armi non danno la sicurezza ma aumentano il rischio di guerre, come pure il numero delle vittime. Contrariamente ai soldati impiegati all'estero, le armi non possono venir richiamate in patria quando un vecchio alleato diventa pericoloso per la pace e per i diritti umani. La Svizzera non ha dunque alcun interesse ad amplificare la spirale della produzione di armi su scala planetaria.
«Se la Svizzera non fornirà più armi, altri la sostituiranno.»
Anche nel caso delle mine anti-uomo è bastato che un solo paese, il Canada, desse il buon esempio perché altri Stati cominciassero a preoccuparsi delle mine. La Svizzera neutrale con questo divieto di esportare materiale da guerra potrebbe ricoprire il ruolo di pioniera.